Silente

15215790_10211115937315927_1165729174_oSilente era uno gnomo da giardino. No. Silente era un bambino.

Canada: una campagna vuota, ammutolita da troppa neve, pochi animali difficili da vedere,  poche case diluite da immense distese, per ogni casa poche persone, per ogni persona pochi sorrisi, ma tanta voglia che l’inverno finisse. Qui viveva Silente, tra le calde pareti di legno di una casetta a 5 stanze, col padre Indaco, la madre Viola e la sorella Tacita. Era un ragazzino con qualche anno in più del San Bernardo che la famiglia teneva in giardino.  Si… avete capito bene: la famiglia  aveva anche un grosso cane nel giardino, che a differenza della casetta era enorme e… indovinate… il grosso San Bernardo si chiamava Muto.

Silente aveva  una statura medio-bassa e una forte inclinazione a occupare più volume di quello che la società sembrava suggerirgli. Il medico di famiglia, durante ogni visita, gli ricordava gentilmente che  apparteneva  alla classe degli Obesi.  Era rotondo Silente, come le palle di neve che tanto fanno giocare i bimbi canadesi, aveva due guance gonfissime e lucide che il sorriso faticava a sollevare, due occhi sempre-verdi  come i pini, i capelli biondi che mamma Viola gli faceva rigorosamente tagliare a spazzola il primo del mese. Era un bambino attivo, scombinato e ipercinetico quanto la propria fisicità sembrava non concedergli. Parlava di continuo, era un fiume in piena nella stagione delle piogge, vestito d’abiti pregiati ma spesso in disordine: si muoveva troppo perché potessero calzare. Silente non voleva essere elegante, lui voleva lanciarsi da precipizi con lo slittino, inseguire le lepri e giocare alla Lotta con gli amici giù in paese.

Non che in Canada vigesse un sistema scolastico efficiente, ma Silente aveva enormi problemi con la scuola. Indaco, il Padre, era un brillante scienziato caduto in disgrazia dopo la guerra fredda: progettò un funambolico algoritmo in grado di decriptare qualunque codice o messaggio di cui si potesse entrare in possesso. Una sera, ubriaco  al bancone del Bar,  si fece irretire da una donna, svelandole i segreti per accedere alle proprie invenzioni. Insomma, un omone robusto, anch’egli incline  al sovrappeso, coi capelli e gli occhi profondamente neri, addirittura di un nero più profondo degli abissi intellettuali nei quali lo stesso amava perdersi, quelli che furono la sua fortuna un tempo, quelli che volentieri divoravano le sue emozioni in nome dell’ambizione. Non era uno stolto Indaco, ma la sera in cui si giocò la fortuna conobbe una donna bionda, bella come le principesse delle favole, in grado di estorcere informazioni anche agli alberi di una foresta. I suo nome era Violetta.

Inutile dilungarsi in questa sede, ma come forse qualcuno avrà intuito, “violetta”, che  cambiò il proprio nome in Purple (Viola dall’inglese), era la madre di Silente. Inutile anche  descrivere minuziosamente un copione già visto e remixato mille volte: Indaco e Viola, il genio strano e la spia dissidente, l’amore rischioso, la fuga, la paura condivisa, un cambio di identità, la ricerca di un luogo isolato e fuori dagli occhi del Mondo, una nuova vita sospesa tra l’amore romantico e il terrore di essere scoperti, una casetta di legno sperduta in Canada, due bambini e un cagnone in giardino.

Giunti a questo punto potreste reiniziare  la lettura del racconto, trovando una nuova dimensione in cui calare oggetti e caratteri, ma io non guarderei indietro, il patto narrativo  suggerisce di proseguire.

Tacita! Ecco, quasi  me la scordavo!

La sorellina di Silente era una bimba dislessica, con immani difficoltà espressive, forse schiacciata dalla loquacità del fratello, composta ed elegante come voleva mamma, magra al punto da lasciar intraveder le ossa, votata alla scienza e al calcolo come il papà. Era impressionante sentirla recitare  poesie e canzoni, la velocità con cui apprendeva rispetto ai compagni di classe, ed era impressionante anche il numero  di palle di neve che era  in grado di incassare dal fratello, disinteressato alle idee e ai numeri, affetto dal complesso per gli stessi. Era proprio così silente, vivacissimo, vulcanico, eruttante ciò che mamma viola definiva “cazzate”, prode alleato di un apparente ozio, dotato di un umorismo talmente personalizzato  da non poter esser condiviso con anima viva, afflitto da una totale incompatibilità con le cose razionali come i numeri, per esempio.  Indaco aveva provato innumerevoli volte a portare il figliol prodigo sulla via della Ragion Pura,  ma il risultato migliore che ottenne fu che Silente, dopo aver vagamente studiato la lezione di geografia fisica, orinasse nel lavandino, cimentandosi ogni volta nella titanica impresa di invertire la forza di Coriolis. Era esattamente questo silente: uno zuccone all’eterna ricerca di controesempi, un chiacchierone irriverente e fisicamente incontenibile,(anche da parte dei vestiti). Era quel bambino inaffidabile che nessun genitore consapevole avrebbe lasciato a casa da solo.

Il caso volle che un 24 dicembre, scuole chiuse, mamma, papà e Tacita uscissero per sbrigare gli ultimi acquisti alimentari: certo non avevano parenti da invitare, su carta era una famiglia inesistente, una famiglia atea, ma che sentiva  il pranzo di natale come antica e sacra tradizione. Un unicum: una famiglia all’apparenza atea, un padre scienziato, una madre ex spia russa, due bimbi e un cagnone in giardino, una famiglia che  il giorno di Natale  poteva abbracciarsi, ben-volersi, e fingere che tutti fossero uguali. Mi correggo, il giorno di Natale  potevano concedersi di non fingere di esser tutti diversi.

Comunque, quella vigilia,  uscirono tutti tranne Silente e Muto, ritenuti inutili nell’organizzazione del santo giorno. Ecco… era consuetudine, da parte dei genitori, qualora si trattasse di organizzare eventi, giudicare l’utilità di Silente  pari a quella del buon San Bernardo, sempre affamato e alla ricerca di carezze.  È divertente anche raccontare la ragione per la quale il figlio fu lasciato a casa quella mattina. In Canada, in quegli anni, la scuola era solita inviare alle famiglie un resoconto della resa scolastica degli allievi e Silente era stato segnalato dal docente di matematica con la seguente affermazione:

-L’alunno non sa contare e sembra determinato a non voler imparare.-

Vi lascio immaginare la reazione del padre, che sui numeri aveva impostato la propria esistenza, anche quella della madre, che da brava spia, contava tutti i dettagli. Il 24 dicembre di quell’anno, Silente avrebbe dovuto contare il numero delle stanze della casetta di legno e scrivere i primi 553 multipli di quel numero su un foglio.

Svegliatosi, dopo la tisana, (mamma viola non voleva si bevesse il caffè in casa), dopo l’ennesimo esperimento atto a contraddire Coriolis  con la pipì, il bambino si apprestava a svolgere la consegna del padre, pronto a vagare tra le pareti gelide; quel giorno i genitori non avevano acceso il camino. Nella sua testa echeggiava solo  una cosa: contare le stanze. Silente aveva tanta paura di deludere il suo papà, una paura tale da arrivare a domandarsi cosa una stanza fosse. Non voleva esser banale, lui voleva stupire, voleva mostrare come gli insegnati sbagliassero.

Guardò la sua cameretta: un letto, un tavolino e dieci palline rimbalzine, (quei giochi gommosi che a volte in Canada sostituiscono le palle di neve). Notò  che ogni locale aveva una porta, una luce appesa al soffitto, all’incirca sei pareti e un numero minore o  uguale a due di finestre, alcune ne erano sprovviste. Pensò a cosa potesse fare nella sua stanza, in cucina o nel bagno, a cosa questi posti servissero, dandosi risposte mai univoche. Prese una piccola torcia, regalatagli dal padre il giorno della lezione sui fotoni di cui tanto poco il bimbo comprese, un piccolo cuscino e le palline rimbalzine. La stanza numero uno era la sua cameretta, la numero due chiaramente la cucina. A questo punto il curioso bambino si chiuse nella dispensa vuota, in attesa dei nuovi acquisti. Dopo aver avvicinato gli sportelli accese la torcia e si mise a giocare con le palline rimbalzine. Poi stese il cuscino e per poco non si addormentò. Era chiaro per Silente come la dispensa fosse la stanza numero tre. Uscì dalla credenza e andò in bagno. Il bagno era palesemente la quarta stanza. In bagno entrò nella lavatrice, scoprendo, che a differenza della credenza entrava luce: c’era un oblò. Non serviva neanche la torcia per giocare con le palline lì dentro. La lavatrice non poteva che essere la quinta stanza. Ora ricordiamoci di come all’inizio descrissi la casa: piccola, con solo cinque stanze. Ora guardiamo ancora Silente e notiamo che uscendo dalla lavatrice si recherà in salotto, indicizzandolo come una triviale sesta stanza. Nel salotto  imperava un enorme camino, uno di quelli con lo sportello di vetro vista fiamma, ricolmo di cenere fredda.Vi Entrò esitante, anche qui non serviva la torcia, non rimbalzavano nemmeno le palline rimbalzine, ma  in compenso, si dormiva benissimo. Il camino era la settima stanza! Uscito dal camino andò al piano di sopra ed entrato nella stanza dei genitori, ovviamente l’ottava, aprì l’armadio dei vestiti, troppo ordinati  per definirlo pieno, richiuse le ante, accese la torcia e scoprì che, lì,  si poteva dormire anche senza cuscino. L’armadio era indubbiamente la nona stanza. A seguire la stanza della sorella, i suoi armadi, la baracca degli attrezzi fuori, la cuccia di Muto, i cesti della biancheria sporca…  il numero di stanze cresceva a dismisura: “+1” per ogni posto in grado di contenere  il pestifero signorino. Errando in  pigiama, con un cuscino una torcia e un pugno di palline rimbalzine, il fanciullo, allo scoccare del mezzogiorno, aveva enumerato esattamente 27 stanze! Oltre: contare  le stanze gli piaceva, lo faceva sentire “furbo”, dava un valore e un colore a ciò che non  sapeva più se essere casa o castello.

Stop!

Silente sapeva che i genitori stavano rincasando, non aveva scampo: doveva  mettersi a fare le moltiplicazioni. Dopo aver scritto “27×1=27”, scrisse “27×2=  ” e scoppiò a piangere. Non aveva  mai moltiplicato per due un numero così grande. Dopo quasi mezzora di prove  concluse che il secondo multiplo era 54, ora mancavano solo gli altri 251  multipli. Silente esplose di nuovo in un sonoro pianto: lui che tanto voleva stupire, nel tempo che restava, non avrebbe nemmeno trovato i primi dieci multipli.

Sentì la porta aprirsi, sobbalzò di scatto, aveva appena scritto “27×3=81”. Era al terzo. Aggiunse anche lo zero, multiplo di tutto, così da poter affermare di averne trovati almeno quattro. Non ebbe nemmeno il tempo di appoggiare la matita che papà Indaco gli era già alle spalle, con gli occhi rossi iniettati del sangue denso di chi ha trovato tutti i negozi chiusi. Effettivamente quella mattina quasi tutti i negozianti erano in vacanza, il pranzo sarebbe stato più povero del solito. Indaco vide il foglio e senza riuscire a parlare, bocca serrata dalla rabbia, diede a Silente uno schiaffo tanto forte da farlo rotolare a terra. Poi ancora incalzò, si fermò solo perché il figlio gridava troppo forte e temette di essere scoperto insieme alla moglie Viola. Fece due passi indietro e con le guance più rosse degli occhi urlò:

-Sono  anni  che ci lamentiamo di quanto sia piccola questa casa! Cretino! Anni a ripetere che  in quattro in cinque stanze non si sta comodi! Non sai contare, non sai vivere perché non sai pensare! Tu sei scemo, Silente!-

E prendeva fiato  facendo gesti da gladiatore:

-ti ho solo chiesto di contare le stanze e  di moltiplicare il numero che avresti trovato. Avrei capito la difficoltà  a fare le moltiplicazioni, ma a dieci anni non puoi non saper contare!-

Papà Indaco, distrutto, iniziò a piangere, la rabbia divenne tristezza e uscì  furente, sbattendo la porta della  cameretta. In cucina Indaco spiegò l’episodio alla moglie e  tutta la famiglia fu d’accordo: Silente avrebbe percepito i regali di Natale, ma saltato il pranzo.

La  favola  finisce qui, anche se potrebbe continuare uguale a  se stessa  per centinaia di mal-scritte  pagine.

Al solito mi  limito a dire questo:

leggendo un libro, tanti anni fa ormai, ho scoperto una cosa bellissima.

Silente è cresciuto, abita davvero in un castello, si fa chiamare Albus, il castello in cui abita è una scuola di magia.  Quel bimbo, che ora ha i capelli bianchi, pare sia il preside di quella scuola, nonché la migliore tra  le persone che crediamo non esistere

e per questo chiamiamo Maghi

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