Sobria Sobrietà

spada

E dove siamo se non qui a chiedere continuamente perché?

Non esiste limite alla dissoluzione della vita nella vita stessa, non esistono vere  regole  per dissolvere ciò che l’esistenza sembra  tenere coeso. Tutti permettiamo al nostro sguardo di incrociare quello altrui, credendo di vedere altri esseri umani, credendo in un ordine, fiduciosi nei nostri occhi, assetati di conferme a complesse leggi causali e aspettative inebrianti. Tutti crediamo di ascoltare qualcosa o qualcuno munito di oggettiva esistenza propria ma trasudiamo interpretazioni, ignorando quelle degli altri. Diamo per scontato esista  una ragione universale, anche chiamata buon senso, crediamo di tagliare col coltello del giudizio un  tutto impenetrabile, forti di  idee e di concetti altisonanti come il Bene, il Male e la Responsabilità. Ancora  dividiamo  le manifestazioni e i fenomeni in instanti di tempo, misuriamo l’essenza e lo spessore non solo di quella che chiamiamo materia, ma anche di ciò che articolate forme di pensiero ci permettono di concepire come astrazione, tassello inincarnabile di spirito.

Ogni cosa è  motivo di distrazione da se stessi, dalla propria natura. Non salvo neanche l’intuizione, in quanto forma  percettiva fintamente autonoma, correlata a stati fisiologici mutevoli, correlata  al bisogno. Condanno ogni linguaggio, ogni sintattica, ogni significante, in quanto veicolo necessario ma malfunzionale alla comunicazione. Disprezzo le lettere ed ogni essere che  ne faccia largo uso per suggerire visioni della realtà o del mondo onirico atte a consonare con l’animo dei lettori. Mi lavo  le mani  delle metafore e degli ossimori, principesse e principi di tutte le figure retoriche, perché l’unica metafora  della vita è la vita stessa, l’unica strada percorribile è quella  della sintesi, le dialettiche non  esistono o meglio esistono ossimoricamente per non esistere. Depreco  chi  crede nelle cose giuste non meno di chi crede in quelle sbagliate. Depreco chi non crede e chi crede, senza cogliere che non esiste sostanza nelle critiche reciproche, nella guerra dell’anima. Mi è grave ascoltare  chi si  compiace di se stesso, e chi si odia, mi è grave gestire chi mi accusa  di nichilismo, mi è grave chi mi accusa di sprecare umanità, non meno di chi strumentalizza la strumentalizzazione, non meno di me stesso.

È troppo facile annidare costrutti attributivi o fare del metateatro, confondere i domini semantici convolvendo molecole di sintassi: amare amare amare, amare amare amore, amaro amare amore, amaro amaro amare, amare amaro amaro…  amare amato amore, amare amore a mare, a mare amaro amore, a mare amore ammiro, ammiro amare amore, ammaro amato amore, a mare amore armato, amare armare amore, armare amato amore… a mare amare amaro armato amore! A mare!

 

Amo e odio il sublime. Amo ogni principio di destrutturazione  in quanto non esistente. Forse è proprio questo il problema-soluzione:  amiamo e odiamo solo cose che non esistono, amiamo e odiamo solo ciò che riusciamo a distinguere da noi stessi.

 

Chiunque vive solo ed esclusivamente di Fede. Io  per esempio mi chiamo Federico, colui che reca fede, o almeno così mi è stato  narrato sin dal primo momento in cui ho posato i piedi sul pianeta. L’ateismo stesso è la più grande forma di fede che l’uomo abbia mai conosciuto: credere di non credere. Fantasmagorico. Trovo l’ironia, ben distinta dal cinismo, una delle più resistenti ancore  per restare aggrappati a se stessi nelle relazioni o interazioni umane in senso lato, anche  quando il maestrale della retorica strattona le vele della speranza. E ancora torno sulle parole già dette: la speranza. In statistica è una funzione ben definita, nella vita un concetto primitivo ineffabile ,imprescindibile, quasi motore evolutivo di una specie la cui  sovrappopolazione coincide con l’estinzione. E ancora torno a strappare le parole appena dette: non amo e non odio nulla, non depreco e non condanno alcunchè, proprio perché condannare equivale ad eleggere, amare spesso conserva l’odio e l’odio conserva l’amore, ogni parola è un’etichetta bianca  e  descrivere le cose ha valenza nulla\totale perché vale solo  nella mente o\e nel cuore di chi legge\ascolta. Forse l’unica dignità è proprio quella di comprenderlo, di accogliere questo aspetto: l’universo si è separato e diversificato solo per conoscersi, così ogni cosa e ogni atomo nelle esplosioni nucleari. L’indegna dignità del conoscere, l’illusione  del controllo, l’alchimia dei linguaggi, il fascino dell’esoterismo, la malizia dell’arte, la crudeltà dell’amore: sinonimi del termine di sintesi “senso”.

Che senso ha?

Questa la frase che sospinge l’esistenza di ogni essere vivente, di ogni torsione del collo e della mente verso qualche soggetto che ci attira o attira solo la nostra famigerata attenzione. Rare volte ho sentito la domanda “dove ha senso?”, ma l’ho adorata in passato e ho amato alcuni nozioni spurie di matematica e di psicologia clinica che affondano le radici nella ricerca di una risposta alla domanda “qual è il luogo del significato?”.

 

Ho adorato anche chi mi ha involontariamente insegnato che la conoscenza è  solamente un prodotto di quegli animali esotici chiamati emozioni, probabilmente una loro secrezione fecale. Così come questi, ho adorato coloro che mi hanno parlato di Accoglienza, di consapevolezza, di amore incondizionato, certi che un linguaggio  verbale potesse  indurre comprensione del sé, potesse facilitare l’introiezione di  elementi da sempre proiettati fuori dall’io.

 

E trovo Bello, di un bello quasi Kantiano, contemplar le umane sorti e lo starnazzar per l’aia: Ogni essere a cercare il sublime, bendato. Ogni uomo, io in prima persona, a far della vita tragedia e di ogni tragedia la vita, chiedere aiuto aiutando, vivere  per morire o morire per vivere, commediando senza rendersi conto che la finzione e le bugie oltre un certo grado diventano esattamente verità, che la verità, portata al limite, è una bugia, che gli attori migliori son quelli che non fingono. Ancora  mi adiro poi sorrido ripensando a  quel vocabolo che tanto ha  attratto la mia attenzione e le mie cure: NULLANTROPIA. Non siamo ancora arrivati ad una vera e propria definizione, ci sono stati svariati tentativi, qui ma anche nella vita reale, ho parlato in passato di una dialettica, di OMNIANTROPIA, ho dipinto scene  e addirittura immodestamente tentato di accennare a qualcosa che fosse un manifesto per la poetica nullantropica, ho parlato di banalismo e raccontato favole curiose e ridicole. Sono stato accusato di produrre tristezza e  depressione, di annichilire l’esperienza umana, di “smontare” la  retorica stessa, sbriciolare un “buon senso(gusto) letterario”. È tutto vero l’ho fatto. Era l’esperienza  migliore, quindi peggiore, soprattutto perché mi ha portato a comprendere che  non l’ho fatto. Mi spiego, non  esiste alcuna differenza tra il buon gusto e il cattivo gusto, così come non esiste distinzione tra il  sensato e l’insensato: tutto, ogni cosa è un implacabile e informe Sentire. Anni fa postulai l’esistenza di uno stato di coscienza chiamato Trascendenza Dissociativa. Era  quel nirvana onirico a cui si aveva accesso tramite stati di intossicazione acuta da sostanze psicotrope organo-tossiche,  era quell’attimo eterno in cui sembrava spegnersi la parte cognitiva dell’essere umano lasciando spazio alle sensazioni più autentiche e vibranti. Era sostanzialmente l’unico istante  in cui si smetteva di chiedere “perché?”.

Non ripeterò che le dialettiche risentono della stessa patologia degli ossimori: esistono per non esistere. Gli Inca si sbagliavano, o forse mentivano volontariamente a se stessi ostinandosi a modellare la realtà tramite ogni forma di dualismo la mente permettesse loro di concepire. La Nullantropia è Omniantropia e viceversa. Tutto è propriamente il contrario di tutto, la vita è una teoria incoerente se la volessimo vedere tramite la lente della logica matematica: esistono enunciati chiusi contemporaneamente veri e falsi. Ogni esperienza è somma di percezioni e sensazioni incompletamente complete, cioè la cui completezza risiede entro l’incompletezza, dove le misure sono  necessarie ma sempre sbagliate, quindi giuste.

Con le mani?

Si, scendiamo dal pero: il celebre Giacomo Leopardi era un “poeta di Vita”, il più grande ottimista della storia, il peggior teatrante mai esistito. Votò l’esistenza alla creazione di cristalli metrico-musicali  dall’inestimabile valore artistico, certo dell’altrui ascolto, certo della propria inesistenza, quindi incapacità di ascoltarsi. Le intuizioni raggiunsero un grado di profondità ritenuto totale… da tutti, tranne che da se stesso. L’ottimismo divenne urlare il Male, dipingere il nero: inventar la lampadina che facesse buio, far dell’ eleganza retorica la più potente richiesta d’aiuto mai udita, la certezza ottimistica di un futuro Ascolto.

Lo citiamo:

A se stesso


Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera
E l’infinita vanità del tutto.

E a chiudere una mia considerazione piccante, ma più dolce dell’aurora:

<Ragionare è solo un modo più lento di Sentire,

Sentire è solo un modo più veloce di ragionare>

 

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