Valori e Vampiri: Musica Maestro!

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Valori e Vampiri: “Musica Maestro!”

 

<<La verità è che non è sull’amore che poggiano le fondamenta più solide, ma sul decoro delle bugie misericordiose>> – Klaus Mikaelson

 

Questa breve riflessione prende le mosse dalle parole di un vampiro, precisamente il progenitore originale di un’intera stirpe vampirica, personaggio cardine della serie TV staunitense “The Originals”, scritta da Julie Plec.

Circa due anni fa, nel mio periodo bolognese, feci per alcuni mesi il tutore allo studio di un vivacissimo bambino di prima media: Liviu. Era piccolo e sempre agitato, frizzante al punto da necessitare di 10 minuti di corsa, urla e calci al pallone dopo ogni faticata ora di lezione. Liviu era rumeno, in italia dai 3 anni d’età, con una Mamma accomodante, un Padre olografico o sempre assente, che dir si voglia, un’ assillante Nonna e un Nonno estroso, che beveva lambrusco e raccontava storie di paese. La storia preferita dal fanciullo era proprio quella del Conte Vlad, che in Romania pare rappresenti un elemento non solo folkloristico ma neomitologico. Vlad, anche chiamato Dracula, era un principe e incarnava a pieno titolo la crudeltà, la falsità, la superbia, la non curante prepotenza, la solitudine e l’astuzia a fini anti-morali, l’opposto di qualunque termine si possa accostare alla parola “bene”. Non ricordo quante versioni della stessa storia mi abbia riportato, pare il nonno la rivisitasse spesso, ma le costanti erano sempre le stesse, in linea con quanto emerge dal  celebre romanzo di Bram Stoker. Liviu non poteva sapere la vera storia del principe Vlad III di Valacchia, figlio di Vlad II Dracul, capostipite nel XV secolo d’una famiglia di ferventi cristiani, che tentò di difendere il sacro romano impero dall’avanzata ottomana. Il principe venne imprigionato dai turchi e la leggenda narra che durante la prigionia apprese le usanze e le torture più turpi, riuscendo misteriosamente a scappare, si dice vendendo l’anima al Diavolo. Tornò avvolto dal mistero in Transilvania, per difendere il regno con le nuove, turpi abilità. “È un uomo di corporatura robusta e d’aspetto piacente che lo rende adatto al comando. A tal punto possono divergere l’aspetto fisico e quello morale dell’uomo!” (Papa Pio II)[1].

Il Vampiro è  dominatore della notte, fortissimo, condannato all’immortalità, intollerante all’aglio, all’argento, incapace di amare, ma solo di odiare Dio, il sole e gli uomini, invero surclassati a cibo. Ovviamente, come in tante favole, trionfava qualche figura “buona” e il conte veniva trafitto con un paletto di legno, talvolta decapitato. Cessava la paura dei popolani, svaniva la nebbia dalla corte del castello e il tramonto non sanciva più il confine tra la serenità e il terrore, la vita e la morte.

Il fascino che rintraccio nella neomitologia gotica dei vampri (così chiamata da noi Europei dell’ovest) è proprio come si riesca con facilità a distinguere il protagonista dall’antagonista delle trame, anche se chi incarna qualcosa che dissona col termine Valore è di frequente accompagnato da attributi accattivanti e invidiabili, artifici spinti della caratterizzazione gotica. I personaggi e gli ambienti hanno spesso forte connotazione mimetica e, nel buio, un fiammifero diventa sole. Il Vampiro, nei racconti di Liviù, dopo qualche peripezia retoricamente malcostruita, figurava sempre alla ricerca di compagnia, in fuga dalla solitudine e dalla condanna alla vita eterna, forse non  vita, dal momento in cui ogni vampiro deve morire per resuscitare come non morto e servitore dell’anticristo. Il vampiro, dopo le lezioni condite dai racconti del bimbo, assumeva un ruolo centrale nella mia immaginazione: colui che sceglie il male, se ne fa scudo, ne ottiene gli apparenti ma tangibili vantaggi, trascende la propria mortale condizione e fa della vita altrui gioco proprio, non solo per nutrirsi di sangue, secondo molte credenze sede dell’anima, ma eccede proprio nella crudeltà, tanto da scordarsi  dell’acquisita natura, e più beve più è portato a bere -sovviene a tal punto una similitudine con l’alcoolismo-, ma nulla potrà mai placare quella  sete, ch’è sete d’umanità.

In cambio della propria condizione umana ha avuto immortalità, forza e velocità inaudite, astuzia, il potere delle bugie e la peculiare facoltà di trasformarsi in un pipistrello, in vapore acqueo, in altri animali, talvolta in oggetti. I vampiri cambiano frequentemente forma o stato e, immortalità a parte, direi che questo è uno dei “poteri” più intriganti.

Poteri, super-poteri… ma i vampiri non sono super-eroi!

Qui mi sembra di scorgere una sottile connessione coi valori, o meglio coi disvalori: il potere della trasformazione. Non riesco bene ad afferrare se i valori si collochino dentro l’uomo o al di fuori dello stesso, di fatto credo sian lui intimamente legati, forse solo formalizzati, a seconda della matrice culturale,  da un credo o un testo religioso, da un codice etico o morale, da una voce diffusa o da sequenze di bit nei Calcolatori. Intuitivamente direi che i valori mantengono e i disvalori trasformano, fanno cambiare forma, fanno da combustibile a una  trasmutazione profonda, ben più radicale rispetto alla transizione da umanoide a pipistrello.

La trasformazione è un tema estremamente caro ai greci e forse ancor più ai latini. Vorrei, in risonante antitesi alla figura del Vampiro, citare Esiodo, autore della Teogonia, discussa fondazione formale della mitologia Greca, la stessa che si insegna a scuola. Tutto il Cosmo(dal greco “ordine”) nasce per partenogenesi da Càos, entità unica e primordiale, la personificazione degli elementi sotto spoglie ultradivine, i Titani, i loro figli, molti dei quali uccisi, gli dei le dee i semidei, le creature mitologiche, in ultimo gli uomini. Uno dei caratteri più interessanti e all’apparenza marginali della mitologia greca è Nemesi. Figlia  di Notte, tra tanti fratelli e sorelle,  Dea del rispetto della giustizia e del giusto, ma in origine anche della trasformazione[2]. Si narra, in un episodio, di come la stessa cambiasse ripetutamente forma d’animale in animale, per schivare le prepotenti mire riproduttive di Zeus, unico figlio scampato alla strage del titano Cronos, il padre. Nulla poteva scoraggiare, tanto meno opporsi a Zeus, il quale, dopo  aver appreso Nemesi fosse mutata in Anatra Selvatica si fece trasformare in Cigno chiedendo ad Afrodite di fingersi aquila e simulare un inseguimento. Nemesi, delicata di cuore e Dea della giustizia distributiva, da Anatra, lo avvolse tra le proprie ali e si assopì, permettendogli involontariamente di compiere l’abuso. Fecondata, partorì un uovo dal quale nacque Elena di Troia: bellissima, venerea,  motivo di canti e di epiche contese. Tale aspetto metamorfico di Nemesi  verrà  trascurato dal buon Ovidio nelle Metamorfosi[3], che focalizzerà l’attenzione sulla trasformazione di Narciso in fiore, consumato dall’incontentabile bramosia di sè. La Divinità assume un ruolo prevalentemente compensatore, la riegualizzatrice del giusto e dello sbagliato. Sarà infatti chiamata in causa per punire lo stesso Narciso, atto a rifiutare ogni avance. Sembra sia stata proprio la Dea dell’Attica a infliggere lui la condanna dell’ auto-ammirazione  compulsiva, dell’auto-amore chiuso, della morte. Nemesi in origine era colei che puniva gli eccessi di Hubris (la cui traduzione più diffusa è “Tracotanza”), l’eccessiva fiducia in se stessi e ogni maldestro umano tentativo di elevarsi al par divino. Forse la funzione principale era quella di punire chi non coltivasse l’atteggiamento della Modestia. Era spesso raffigurata con ali e bilancia, veloce nell’intervento, risanatrice di giustizia secondo la morale di un Pantheon solo successivamente ristrutturato dai poeti latini. Nemesi appare quindi un arbitro in relazione a divinità e umani, umani e umani, coloro che infrangono qualcosa di giusto, coloro che ignorano i valori.

Cosa sono quindi i Valori?

In musica il valore di una nota indica la durata della stessa, tradotta da un pallino su un rigo, spesso liberamente interpretabile dall’esecutore, dal  rubato nella musica classica allo swing nella musica leggera. Una nota ha due attributi principali: un’intonazione e un valore. Assume un ruolo fondamentale la Rappresentazione del valore, dal momento in cui il medium su cui vive la musica stessa, prima, dopo e durante una trasduzione in Onde elastiche, è lo spartito, che nasce come ponte tra la mente del compositore e le dita o la voce degli esecutori (o i dispositivi elettronici, dagli anni 50 in poi). In ogni epoca storica lo studio di metro e ritmo è materia di acre scontro tra teorici di tutto il mondo. Sembra sia innata tendenza dell’uomo munire ogni insieme di un Ordine, ogni sequenza di un prima e di un dopo, di un precedente e di un Successivo. La musica prima di tutto, prima di ogni sua rappresentazione, esecuzione o riproduzione è un Battito. L’uomo porta dalla fase embrionale un primordiale battito dentro di sé: quello del cuore. Anche il respiro e il cervello sono caratterizzati da alcuni “moti” periodici(macroscopici nel primo caso, microscopici nel secondo).Da qui, forse, l’attitudine alla percezione di un battito esterno, di una serie discreta di battiti e una propensione verso il raggruppamento di tali battiti mediante schemi plasmati dalla fisiologia e da fattori culturali. Un discorso analogo si può fare per la percezione dell’armonia. Quando sentiamo una canzone tendiamo a battere con un piede o con una mano, a “tenere il tempo”, oltre, a volte sembra tale pulsione non passi nemmeno dal sistema nervoso centrale e le orecchie non sono gli unici “sensori” ma tutta la superficie epidermica avverte una più o meno intensa pressione di radiazione. Un infinito discreto di battiti diverrà quindi un insieme di Misure, anche dette battute. Analizzando la questione da un punto di vista non armonico, l’unico attributo che può variare è l’accentazione, ovvero l’enfasi dinamica che si da alla nota. Cooper e Mayer, affermati docenti, definiscono il ritmo così: il modo in cui uno o più battiti non accentati si raggruppano in relazione a un battito accentato[4].

Il metro è la modalità in cui i battiti si aggregano in misure se queste si ripetono in modo regolare. Il metro, erroneamente chiamato anche Tempo, è quindi la risposta artificiosa che l’uomo da alla propria necessità di misurare, ancora di più: contare. Non è immediato misurare qualcosa di invisibile come un suono. Possiamo distinguere due tipi di tempo in ogni composizione: relativo, cioè relativo ai battiti, che fungono da unità(di misura), assoluto, cioè riferito al ben noto sistema sessagesimale orario, un numero di battiti al minuto. Dal tempo assoluto si ricava una durata fisica teorica identica per ogni battito. Il valore di una nota, per esempio quella emessa da uno strumento a intonazione fissa, avrà per tanto duplice natura: la durata della nota stessa rispetto a un riferimento assoluto e la durata della stessa rispetto a un battito. Una rilevante complicazione è posta dalla labilità del concetto di nota e intonazione. Il concetto di nota tende a confondersi con quello di “suono”, a legarcisi così profondamente da impedirne quasi la distinzione. Una nota risulta un ben preciso pattern di componenti armonici [A], più lo strumento è intonato, più tale pattern tende ad assumere una geometria fissa e precisa; quindi la durata della nota, al momento dell’esecuzione può definirsi come il lasso di tempo in cui, a meno di un errore di misura o di calcolo sempre insito ai dispositivi, un suono mantiene “circa” lo stesso spettro, ovvero le componenti armoniche che lo compongono, specialmente quelle caratteristiche, restano mutualmente a rapporto d’energia costante (o tali rapporti oscillano trascurabilmente). Da un punto di vista puramente simbolico, dal temperamento della scala e Bach, fino alla crisi del romanticismo, una nota possedeva una sola componente armonica caratteristica. Fisicamente, con l’avvento dei calcolatori e dell’informatica musicale, chiamiamo nota un intero pattern di frequenze, addirittura un pattern in trasformazione che non può prescindere dal timbro. Tale valore, che stiamo analizzando sotto il profilo del tempo assoluto, verrà munito di rappresentabilità aggiungendo l’informazione astratta del tempo relativo (rispetto ai battiti) e la durata assoluta di un singolo battito. Proprio sulla labilità della precedente definizione germoglia, portata all’estremo dagli avanguardisti e dagli sperimentalisti [5], l’idea di nota senza un tempo-valore. Pare infatti le componenti armoniche caratteristiche siano difficili, se non impossibili da identificare con errore trascurabile laddove viene bypassata l’intonazione dello strumento insieme alle barriere timbriche che dal Barocco in poi ci hanno permesso di distinguere il suono dai rumori (Musica discreta). La rappresentazione del Valore è venuta dopo quella dell’intonazione, basta pensare ai canti gregoriani, dove in origine era indicato solo il respiro. Il paradigma musicale classico, quello che dalle modalità di aggregazione di battiti, misure e parti generava una struttura chiamata tecnicamente Forma, senza i valori non sussiste. In molti spartiti di Contemporanea la notazione ritmica è Time Free, ovvero priva di forma, priva di misure, in cui il tempo-valore, quando indicato ha solo validità frazionaria-relativa. Con la commistione teorica dell’ottica geometrica e dell’acustica[6], quindi una trattazione delle onde elastiche basata sulla suddivisione dell’energia in pacchetti, anche detti Fononi[7] o quasiparticelle, è possibile controllare e prevedere i comportamenti acustici dei mezzi e degli ambienti in cui l’onda si propaga(a meno di specifiche ipotesi), controllare pertanto con precisione parametri fisici che andranno a influire sulla Timbrica e oltre, facendo da formanti al timbro che ritengo essere la parte più intima del suono. Molti spartiti contemporanei contengono informazioni inerenti al timbro, si è trovato il modo di rappresentare rumori o fenomeni come l’eco e il riverbero, per esempio. Uno spartito non è più quindi qualcosa di universalmente condivisibile, munito di un linguaggio Noto, ma diventa espressione individuale di percezioni, impressioni, sequenze gestuali, configurazioni elettroniche, addirittura di desideri. I teorici si dividono in due: chi dice nasca una nuova forma e chi dice che la musica sia diventata amorfa, un movimento senza riferimenti discriminabili, movimento strutturalmente anarchico. Dall’analisi fatta emerge quindi una stretta connessione tra fisiologia, bisogno di ordine, presenza di una forma. Ritengo siano le caratteristiche fisiologiche (più di quelle culturali) a generare la necessità di un ordine (prima di tutto geometrico), dell’applicazione ciclica di schemi, di una struttura formale dotata di linguaggio condiviso. Senza la presenza dei valori, quindi di parte della semantica per quello che possiamo genericamente chiamare linguaggio notazional-musicale, crollano ordine e forma.

Qui ancora vedo un parallelismo coi valori, mezzo titolo di queste sudate righe. Come se fossimo accordi e vivessimo su un rigo che possiamo percorrere sfruttando una buona dose di libertà “ortogonale”(altezza delle note), l’assenza dei valori priverebbe la musica, quindi la vita, di ordine e di forma. Non che la forma nella precedente metafora sia da intendere come entità rigida e immutabile, ma come qualcosa che collimi con la nostra facoltà di giudizio del giusto e dello sbagliato. Lontano da una partizione asettica e dualista del mondo, si può affermare che i valori aiutino, come in musica, a sostenere una forma, un ordine senza il quale la coerenza risulterebbe concetto puramente teorico e alieno alla realtà. Forse sulla falsa riga di un tempo assoluto, le religioni, mediante morale, danno ricette di semplice apprendimento di alcuni valori, almeno in apparenza. Il cuore del problema si riduce alla necessità dell’esistenza dei valori, alla buona salute dei processi corporei, alla non trasformazione continua messa in atto dai disvalori. L’esperienza mi ha portato a ritenere la suddetta forma un requisito fondamentale soprattutto per la comunicazione e la comunicazione requisito fondamentale per avere forma. Credo l’uomo non sia quello che mangia, in barba a Feuerbach, ma sia quello che comunica, prima di tutto a se stesso.

Il valore assomiglia a un numero naturale, nel vero senso della parola, è qualcosa che sta fermo e non si modifica con l’esperienza o la riflessione, un imprescindibile fattore d’ordine che ci permette di contare e di contare su noi stessi. E’ qualcosa a cui ci si può appellare per modificare quanto materialmente, caratterialmente, comportamentalmente viene prima, nell’ottica di mantenere una forma. Il valore è qualcosa che il suddetto vampiro elude, rifiuta, oltre: inverte intenzionalmente; qualcosa che Nemesi ben conosce  e prova a insegnare con mano ferma, ferma a tal punto da indurre interpretazioni molto successive a quella latina che la vedono  come Dea della vendetta, invocata e sussidiaria Dea delle punizioni.

Ritornando a quanto detto prima, non so con certezza e precisione cosa siano i valori, ma so che stan fermi, conservano e non trasformano.

Col favore del dio Eolo soffiatore di nubi, se fossimo marinai, i valori sarebbero Stelle.

 

 

————————————————————Bibliografia————————————————————

[1]*Citazione delle parole dell’allora attuale Papa Pio II, Da Il diario di Dracula, di Mario Mincu

 

[2]*Tesi di dottorato in Filologia (2011-2014) di Pietro Verzina, Stasino di Cipro, ritenuto il genero di Omero, al quale Omero stesso diede in dote i Canti Ciprii, opera perduta e ritenuta parte dei cicli troiani, antefatto e fondazione eziologica dell’Iliade. Il passo citato è nel Frammento numero 9.

 

 

[3]*Ovidio, metamorfosi, Eco e Narciso

 

 

 

*[4] Cooper, G. e Meyer, L. (1960) The rhythmic structure of music, Chicago, IL: Chicago University Press

 

[5] *Stockhausen, Webern, Cage (per Esempio, visionari e musicisti contemporanei)

 

 

[6]*Ray tracing, Lezioni del Prof. Farina (Università degli studi di Parma, Fisica tecnica)

 

 

[7]*L. D. Landau, Soviet Phys. JETP. 3, 920 (1957)

*J. W. Negele, and H. Orland, Quantum Many-Particle Systems (Westview Press, Boulder, 1998)

 

[A]*La parola “nota” assume in italiano, in riferimento alla Musica, natura duale: rappresentazione signica e suono rappresentabile. Non è possibile in questa sede approfondire i concetti di fisica sperimentale e teorica che soggiacciono ai più moderni studi, rimando ai seguenti testi per chi desiderasse averne una trattazione più completa

-“The Topos of Music: Geometric Logic of Concepts, Theory, and Performance” di Guerino Mazzola

– “Fisica nella musica” di Andrea Frova

 

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